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Portale del pappagallino ondulato

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LucaMarani
PULLO
Occupazione:  Dedico il tempo alla mia passione
Interessi:Ornitologia, acquariologia, biologia
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Abbiate un po' di pazienza, appena avrò tempo scriverò qui la mia presentazione :-)

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05 Set 2016 - Commento Articoli

Salve, mi permetto di riportare qualche considerazione di carattere generale su quanto letto nell'articolo. Innanzi tutto occorre fare chiarezza sull'eticità dell'allevamento in cattività, poiché mi pare di non condividere quanto esposto nel primo punto dell'articolo. Gli animali che tuttora reperiamo in commercio provengono in total parte da un ambiente protetto: essi hanno oltretutto subito innumerevoli alterazioni comportamentali e - come nel caso dei parrocchetti ondulati - sostanziali modifiche genetiche e fenotipiche (mutazioni, selezioni, ecc...) che ne comprometterebbero la sopravvivenza allo stato selvatico. I nostri animali sono pertanto definibili a pieno titolo come "domestici", così come lo sono cani e gatti: considerare la detenzione in gabbia carente sotto il profilo etico, comporterebbe - per diretta analogia - anche il boicottaggio di pratiche quali «tenere il cane al guinzaglio» o «richiudere il gatto in appartamento», poiché sicuramente ciò si oppone alle caratteristiche etologiche delle specie sopracitate. Sarebbe più contro natura il rilasciare allo stato libero un animale domestico, destinandolo a morte certa (pratica usueta per alcuni individui, senza citare nessuno) Ovviamente occorre garantire uno spazio sufficientemente ampio, per permettere un adeguato volo agli animali e - come conseguenza immanente - il corretto sviluppo della muscolatura, così come richiedono le peculiarità fisiologiche del pappagallo. Piuttosto di definire come «poco etica» la detenzione in gabbia, sarei più propenso a precisare le dimensioni necessarie per allevare coscientemente gli ondulati, attribuendo l'aggettivo di "immorale" a chi mantiene i soggetti in gabbiette da 60 cm, piuttosto a chi "si permette" di possedere degli animali DOMESTICI che (appartenendo ad una specie predata) tenderebbero ovviamente a fuggire. Una grossa stanza appare molto affine ad una piccola voliera, ma - indipendentemente dal dimensionamento effettivo - eviterei di vanagloriami per aver allevato a mano un esemplare con lo scopo di tenerlo «libero», dal momento che il soggetto rimarrà in ogni caso detenuto in cattività e, inevitabilmente, potrà essere recluso in svariate situazioni. Infine, se consideriamo moralmente insostenibile l'allevamento dei pappagalli, per principio di coerenza, non dovremo nemmeno acquistare un esemplare svezzato dall'uomo, innegabile frutto di tale pratica. Come ben ci risulta evidente, la vostra trattazione non è protesa nel demonizzare l'ornicoltura, ma - nel sostenere accanitamente l'allevamento a mano - avete esplicato un paragone decisamente inopportuno. In seconda analisi, al fine di evitare alcune delle complicazioni descritte nel testo, occorre rispettare precise modalità alquanto rigide nell'eseguire l'allevamento a mano. Solo per esporre un valido modello, lo svezzamento allo stecco di un pullo potrà certamente comportare disturbi comportamentali ed instabilità psicologica, poiché la crescita in isolamento dai propri conspecifici impedirà al soggetto di sviluppare la capacità di rapportarsi in società e ponderare le proprie reazioni; inoltre il novello non potrà beneficiare del cosiddetto apprendimento vicario, indispensabile per la formazione psicologica dell'individuo. In conclusione, l'allevamento a mano può essere considerato accettabile se continueremo a conservare le relazioni intra-specifiche dell'esemplare in analisi. Affermando "Possiedo una dozzina di pappagalli allevati a mano che giocano tra loro, ecc..." avete rilanciato in modo tragicomico la medesima tesi che desideravate smentire. Potremo inoltre ragionevolmente sostenere, che numerosi allevati a mano rinselvatichiti presentano difficoltà nel concludere l'attività procreativa (con le dovute eccezioni che NON confermano la regola): la difficoltà non risiede affatto nell'entrare in estro, accoppiarsi o produrre gameti (deporre uova o fecondarle), in quanto queste potenzialità si rivelano intrinseche nel DNA di ciascuna specie. Le complicazioni sopraggiungono durante l'espletamento delle abilità riproduttive, come incubare le uova o imbeccare e svezzare i nuovi nati. Conseguentemente ci appare palese l'inevitabile perdita di istinti - se tali si possono definire - che possiamo constatare durante il prelievo prematuro dei pulli dai genitori, carenza che può certamente rivelarsi ereditaria. A mio avviso, la questione dell'allevamento a mano è qui stata risolta alquanto «candidamente». La disquisizione sull'argomento continua ad infervorare tra gli studiosi più blasonati e non appare certo scontata: la conclusione definitiva non risulta certo affidata a noi semplici amatori. Di fatto, in alcune nazioni come l'Olanda - indiscussa capitale dell'ornitologia Europea - è stata emanata una legislazione che configura la sottrazione prematura dei pulli di pappagalli ai genitori (alias, allevamento a mano) come "maltrattamento animale" a pieno titolo, punibile nientemeno che con reclusione coatta e salata sanzione pecuniaria. Del resto, un analogo provvedimento viene applicato in Italia per la cessione pre-svezzamento di canidi, felini e specie cunicole, nonostante l'allattamento artificiale possa rappresentare un valido surrogato. Alla domanda: l'allevamento a mano può essere valutato eticamente sostenibile? Rispondo pertanto: «Può darsi, occorre però rispettare alcuni rigidi accorgimenti, alcuni dei quali sono stati omessi dalle argomentazioni da voi riportate.» Attualmente sto allevando a mano alcuni pulli di parrocchetto ondulato, rimasti abbandonati dopo il decesso della madre: ammetto di non presentare alcun risentimento per non averli baliati sotto altre riproduttrici parallelamente impegnate (tra l'altro già sovraccariche). Rimango tuttavia convinto che la pratica dello svezzamento artificiale possa meritare una più accurata riflessione, meno condizionata dai soliti (paranoici) sillogismi individuali.

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10 Ott 2015 - Commento Blog

Chi ha mai detto 4 cove annue?  Ho scritto 3 cove annue: la 1ª da metà settembre a metà novembre, la 2ª e la 3ª da marzo a giugno. I miei soggetti, quindi, rispettano 6 mesi di riposo e sei mesi di attività riproduttiva.   Mi sembra che in questa discussione stiamo uscendo un po' troppo dai ranghi del buon senso: non ho mai ammazzato nessun uccello e non uso i miei soggetti come macchine da riproduzione. Mi permetto di chiarire che i miei metodi di allevamento sono assolutamente consapevoli, ragionati e costruiti negli anni dalla mia esperienza, tenendo sempre come priorità principale la salute dei riproduttori. Non credevo certo di essere giudicato in questo modo per un semplice messaggio postato in un forum. Comprendendo i numerosi fraintendimenti che siamo andati a creare e stupendomi vs modo di rispondere a un messaggio del tutto innocuo e pacato, abbandono tranquillamemte questa discussione e questa piattaforma, scusandomi con i partecipanti per essere intervenuto forse in modo improprio.

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09 Ott 2015 - Commento Blog

Se ben alimentate possono tenere un ritmo di 3 cove annue fino ai 6 anni di età.

Personalemnte faccio fare una cova da metà settembre a metà novembre e due cove da marzo a giugno 

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06 Ott 2015 - Commento Blog

A mio avviso risulterebbe inutile, visto che gli ondulati australiani non vengono stimolati dal fotoperiodo ma dalla quantità di proteine nell'alimentazione e da una elevata disponibilità di cibo. Al contrario dell'ondulato inglese che necessita di almeno 14 ore di luce, l'ondulato di colore si riproduce facilmente anche in pieno inverno, con solo 9 ore di fotoperiodo. Quindi niente pastone, e limita la quantità di semi in modo da non avere scarti giornalieri (quindi le mangiatoie anti-spreco non aiutano di certo). Secondo me è meglio evitare di separare la coppia solo per qualche ora al giorno: o la dividi o la tieni insieme.

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06 Ott 2015 - Commento Blog

Certo, i semi di canapa sono utilissimi per stimolare l'accoppiamento nelle coppie più "difficili", inoltre aiutano il ricambio e la pigmentazione delle piume.

Contengono una proteina di primissima qualità e possono essere usati anche con i soggetti che svernano all'esterno, per aiutare a sopportare meglio le temperature rigide.

Essendo un seme eccitante è da somministrarsi con moderazione.

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02 Ott 2015 - Commento Blog

Non mi è mai capitato di osservare questo comportamento in una coppia formata; ti posso dire, però, che può succedere in caso di mancanza di maschi, che due femmine possano simulare l'accoppiamento.

Magari non si trattava di un accoppiamento dai fini puramente riproduttivi, ma semplicemente di un comportamento giocoso; oppure, banalmente, avvenuto perché la femmina è stata eccitata da qualche nuova circostanza. 

Non credo comunque che si tratti di un dettaglio di cui preoccuparsi.

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02 Ott 2015 - Commento Blog

Allevo ondulati inglesi e per loro ho sempre usato nidi senza conca e con il truciolato, come buona parte degli allevatori di questa razza. Ho applicato questo metodo anche con gli ondulati di colore visto che, essendo animali molto prolifici, capitano sempre cove troppo numerose, anche fino a nove pulli in una nidiata. Diventava quindi necessario adottare nidi di dimensioni adeguate, come quelli usati per gli agapornis, anche se  questi ultimi erano privi della conca sul fondo.  All'inizio anche io ero dubbioso su questa nuova scelta poi, pensando agli ondulati inglesi, ho provato a sistemare truciolo e tutolo sul fondo del nido, aspettando i risultati della stagione riproduttiva. Dopo il primo periodo ho subito notato considerevoli miglioramenti: riduzione del rischio di schiacciamento o surriscaldamento dei novelli, piumaggio meno rovinato e riproduttori meno stressati.  Sono cinque anni che utilizzo questo metodo e non ho notato nessun problema dovuto a "schiacciamenti": le femmine lavorano nel nido per creare un dislivello nel materiale di fondo e, probabilmente grazie alle dimensioni, non ho più assistito a casi di zampe o schiena deformate.   Abbiamo lo stereotipo che la conca sul fondo sia un elemento indispensabile per la riuscita della cova, forse proprio perché siete abituati ad utilizzare i classici nidi che si trovano in commercio, troppo piccoli e poco idonei: non riescono a contenere più di 3-4 piccoli in età pre-involo, inoltre, ogni volta che la femmina entra nella cassetta, è costretta a ricadere direttamente al centro, rischiando di danneggiare pulli o uova. In queste condizioni non del tutto ottimali è ovvio che la conca può diventare necessaria.

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01 Ott 2015 - Commento Blog

Non diciamo stupidate per favore. Il truciolato lo puoi mettere, alcune femmine lo accettano, altre lo buttano in parte fuori da nido: in ogni caso impedisce che le uova rotolino negli angoli compromettendo la buona riuscita della cova.

Una volta sistemato il materiale, la conca diventa superflua.

Per le femmine più difficili puoi usare il titolo di mais. Anche dopo la schiusa svolgera un ruolo fondamentale per agevolare la pulizia del nido e garantire una maggiore igiene.

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